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Dalla collaborazione con una studentessa del Centro Symposium sono nate le 'Storie di Alice', con le quali una ragazza dai silenzi pieni di parole e sentimenti ha scelto di raccontare i suoi pensieri romantici e la sua preziosa sensibilità.
Un invito a scrivere oltre qualsiasi commento, consiglio e sapere altrui, perchè dar forma ai pensieri e ai sentimenti può aiutare a capirsi di più, a prendersi cura di noi e a raggiungere forme stilisticamente inaspettate.
Un invito ad andare oltre il silenzio quando timorosi di non esserne in grado.



Io, lui e le parole mai dette.
Io, lui e le parole mai dette.
Un attimo per perderti, una vita per ricordarti.
Un attimo per perderti, una vita per ricordarti.
La promessa dell’estate.
La promessa dell’estate.
di Alice C.
Megan aveva sempre avuto un modo tutto suo di sentire le cose. Non amava il rumore, non cercava i riflettori. Preferiva i silenzi densi di significato, quelli che parlano più delle parole. Era così anche con Lukas: lo osservava senza farsi vedere, lo amava senza dichiararlo, lo custodiva come si fa con un segreto prezioso, che solo il cuore può comprendere. Aveva iniziato a notarlo al secondo anno di liceo. Lukas era entrato in classe con una risata tra le labbra e un pallone da basket sotto il braccio. Era il classico ragazzo che attirava attenzioni. Si era seduto due banchi davanti a lei, e da quel giorno, ogni lezione era diventata una danza silenziosa tra sguardi rubati e parole mai pronunciate. Lui era luce, lei era ombra. Lui era voce, lei era silenzio. Megan non gli parlava quasi mai, se non per le classiche frasi scolastiche: "Hai i compiti di matematica?", "Che numero è la pagina?". Eppure, dentro di sé, aveva costruito intere conversazioni, monologhi teneri e timidi, lettere mai scritte che sapevano di adolescenti promesse e desideri senza nome. Megan ogni sera, nel suo diario, annotava qualcosa, non erano racconti, erano frammenti: "Oggi ha riso. Non con me, ma io ho sorriso lo stesso." "Mi ha sfiorato la mano per caso. Ho trattenuto il respiro." "Parla con Celine ogni giorno. Forse è felice. Forse non ha bisogno di sapere di me." Il tempo passava, e con lui l’illusione. Lukas sembrava sempre più distante, eppure così vicino da far male. Megan aveva capito che non avrebbe mai avuto il coraggio di parlargli davvero. La paura del rifiuto era più forte del desiderio di essere finalmente vista. L’ultimo giorno di scuola arrivò in fretta, troppo in fretta. I ragazzi si scrivevano dediche sulle magliette bianche, si promettevano amicizie eterne e si scattavano foto per ricordare gli anni più spensierati. Megan, invece, scrisse solo una frase, piccola, sulla manica della sua maglietta: "A volte ti ho amato in silenzio più di quanto gli altri abbiano mai urlato." Non lo salutò. Non gli disse addio. Lasciò che il tempo li separasse, come fa con tutte le cose che non trovano il coraggio di nascere. Anni dopo Megan aveva ventitré anni quando tornò nella sua città. Aveva finito il liceo e abbandonato l’università. Scriveva articoli per una rivista online, viveva in una piccola mansarda piena di libri e piantine appese al soffitto. Amava le sere d’inverno, le candele profumate e il rumore della pioggia contro i vetri. Aveva fatto pace con il passato, o almeno così credeva. Era tornata per il matrimonio di una vecchia amica, niente di più. Una sera, durante una passeggiata al parco vicino alla scuola, si ritrovò a camminare sul viale alberato dove, anni prima, aspettava l’autobus. Non ci pensava da tempo. Non pensava più a lui. Finché non lo vide. Lukas era lì. Più alto, i lineamenti più maturi, ma lo stesso sorriso gentile. Era seduto su una panchina, con un libro in mano. Quando alzò lo sguardo, la riconobbe. La sorpresa nei suoi occhi fu immediata, seguita da un sorriso incredulo. «Megan?» Lei annuì. Il cuore accelerò. Parlarono. Di tutto. Di niente. Come se quegli anni non fossero mai passati. Poi, quando il silenzio scese tra loro, Lukas disse qualcosa che spezzò qualcosa dentro di lei: «Sai, finita la maturità trovai in classe, nella nostra, una maglietta, era lì, caduta dietro il banco. C’era scritta una frase… qualcosa come: “A volte ti ho amato in silenzio più di quanto gli altri abbiano mai urlato.” L’ho tenuta. Per anni. Non sapevo di chi fosse, ma… speravo fosse per me.» Megan trattenne il respiro. Il cuore urlava, ma lei non disse nulla. Sorrise appena, come si sorride alle cose che non torneranno più. Poi si alzò. «Devo andare», disse. «Di già…» fece lui, abbassando lo sguardo. Camminando via, Megan non pianse. Ma ogni passo era una parola non detta che le pesava nell’anima. Epilogo Quella sera scrisse nel suo diario, dopo anni: "A volte l’amore non serve a essere vissuto. Basta sentirlo. Anche se fa male, anche se resta muto. Io, lui, e le parole mai dette. Quelle che mi hanno fatto diventare chi sono." E così finì quella storia. Non con un bacio. Non con un lieto fine. Ma con un silenzio così profondo da sembrare eterno. Un silenzio pieno d’amore, almeno così si spera…
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di Alice C.
Quando l’estate arriva sulle colline, il paese si trasforma. Non è solo il sole, o il silenzio che riempie l’aria: è come se l’estate avesse il potere di rallentare il tempo, di svelare ciò che l’inverno nasconde. Le cose appaiono più vere, e le scelte anche quelle piccole sembrano avere il peso di un destino. Il calore del sole sembra avvolgere ogni cosa, e l’aria pesa di un silenzio che non fa rumore, ma che ti fa sentire come se il tempo si fosse fermato. Le vecchie case di pietra sono avvolte da rampicanti, i fiori di campo sbocciano senza fretta, e il vento che accarezza le viti porta con sé il profumo della terra che purtroppo, sa di addii. Il paese è la mia casa, ma mi ha sempre dato la sensazione di una gabbia dorata. Un rifugio sicuro, che però non riusciva a contenere tutta la mia voglia di scoprire, di andare oltre. Poi, un’estate, le cose cambiarono. E fu tutto merito di una festa. Era una di quelle serate in cui l’aria era calda, il cielo ancora chiaro e tutto sembrava sospeso in un equilibrio perfetto. La piazza era piena di luci che danzavano sui visi delle persone, la musica stonata delle fisarmoniche mescolata ai sorrisi degli anziani che raccontavano storie ormai dimenticate. Non mi aspettavo nulla da quella serata, non più di quanto mi aspettassi dalle altre. Ma quando il mio sguardo incontrò quello di Matteo, il mondo sembrò fermarsi. Lui era diverso. Veniva da Roma, una città che sembrava lontana da ogni cosa che conoscevo, eppure lui portava con sé l’intensità e il fascino di quella città. Il suo sguardo raccontava storie che non aveva ancora scritto, e la sua voce, pacata ma vibrante, mi rimase dentro fin da subito. Ci ritrovammo a parlare come se ci conoscessimo da sempre. Lui sognava di diventare scrittore, io sognavo una vita che ancora non riuscivo a definire. Quell’estate fu un incanto. Ogni giorno passato insieme era una scoperta. Le passeggiate tra i sentieri, le parole scambiate sotto il cielo stellato, le mani che si cercavano tra i filari, come se si conoscessero da sempre. Non era solo attrazione, era complicità, come se le nostre anime si fossero riconosciute. Ma l’estate, si sa, è destinata a finire. Il giorno della sua partenza arrivò con la stessa dolcezza amara di un tramonto. “Non ti lascerò mai andare”, mi disse abbracciandomi sotto il grande albero accanto alla chiesa. “Ti aspetterò”, sussurrai, stringendomi a lui come se potessi fermare il tempo. Ci promettemmo tutto, anche se sapevamo quanto fosse fragile. All’inizio, la distanza sembrava sopportabile. I messaggi, le chiamate, le parole che cercavano di colmare il vuoto. Ma col passare del tempo, tutto si fece più silenzioso. I giorni si facevano pesanti, e ogni volta che non ricevevo risposta dai messaggi o dalle chiamate mi chiedevo se ci stessimo perdendo. A volte, mi svegliavo chiedendomi se si ricordava ancora il suono della mia voce. Ogni oggetto parlava e mi ricordava lui: una tazza, un sentiero, perfino una canzone alla radio. Ma la cosa più dolorosa era non sapere se anche per lui fosse lo stesso. Poi arrivò la lettera. Una lunga, scritta a mano, colma di frasi interrotte e pensieri confusi. Matteo mi raccontava che a Roma le cose non stavano andando bene. Il sogno di scrivere lo stava abbandonando, la città gli pesava, e lui si sentiva perso. C’era una frase di quella lettera che mi aveva colpito più di tutte: “Chiara, io ti amo ma non so più se basto a me stesso, sono perso.” Risposi a quella lettera con tutto il mio cuore. Gli scrissi che l’amore richiede forza, ma anche verità. Che io c’ero, ma che non potevo sostituirmi a ciò che lui cercava. Dopo quella lettera, il silenzio. I mesi passarono. Mi sentivo sola, ma dentro di me qualcosa rimaneva acceso. Una flebile speranza. Pensavo a lui ogni volta che il vento soffiava tra le colline, ogni volta che passavo vicino a quel grande albero. La promessa non era più un impegno, ma una parte di me. Poi, un giorno, anni dopo, accadde. Tornando da una camminata tra i campi, lo vidi. Era lì, sotto l’albero. Lo stesso sorriso, ma occhi più maturi, più vivi. Un attimo eterno. Mi fermai, incerta. Avevo paura che fosse un sogno, o peggio, che non fossimo più capaci di guardarci come un tempo. Ma poi sorrise, e in quel sorriso rividi tutte le estati che avevamo vissuto, separati e insieme. Mi disse: “Non sono tornato per farti promesse, sono tornato perché ho finalmente capito che alcune radici non crescono nei luoghi, ma nelle persone. E tu sei sempre stata il mio inizio.” Non risposi subito. Lo guardai, cercando le parole. Ma non servivano. In quel momento, capimmo entrambi che non eravamo più quelli di un tempo, ma che l’amore, seppur cambiato, era ancora vivo. Matteo decise di restare. Non fu una decisione eroica. Fu più una decisione umana. Lavorava da remoto, scriveva di più, sorrideva spesso. Io, per la prima volta, sentii che il mio paese non era una prigione. Era casa. E ora, era anche la sua casa. E ora quel seme era finalmente fiorito, proprio qui, nella terra che un tempo sapeva solo di addii. Oggi, invece, sa di ritorni. Sa di promesse che, contro ogni logica, hanno saputo resistere al tempo. Qualche mese dopo, Matteo mi consegnò un foglio. Sopra c’era scritta una poesia. La sua prima vera poesia. La lessi piano, come si legge qualcosa che si ha paura di rovinare. Era per me.
A Chiara
Ti ho cercata tra le città, nei vicoli stretti dell’anima, tra i libri incompiuti e i sogni lasciati a metà. Ma sei sempre stata dove nasce il silenzio, tra il respiro dei campi e il battito del mio nome detto da te. Non sei un ricordo, sei radice. E ora che ho imparato a restare, so che ogni estate comincia nei tuoi occhi.
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di Alice C.
Davanti a me, la strada è vuota. L’asfalto grigio, le strisce bianche sbiadite, e quella curva. Ogni giorno passo di qui, come un rito silenzioso. È lo stesso posto dove ho perso tutto. Lo stesso dove l’amore ha cambiato forma, trasformandosi in assenza, in dolore, in ricordo. Quella mattina era limpida, luminosa, c'era lei accanto a me, con quel suo sorriso che sembrava rubato al cielo d’estate. Stavamo andando al mare, come avevamo fatto mille volte. Lei parlava di un futuro da costruire insieme: la casa con il giardino, un cane, magari un figlio. Io guidavo, e ridevo delle sue battute, stupide e dolcissime come sempre. Il mondo ci sembrava nostro. Invincibile. Ricordo le nostre estati, le corse sulla spiaggia e quando lei mi prendeva in giro per il mio modo goffo di correre sulla sabbia bagnata. Le notti passate a guardare le stelle sdraiati sull’asfalto caldo del parcheggio, lontani da tutto. “Quella è la nostra stella,” mi diceva indicandone una a caso, “quella che non smetterà mai di brillare, anche quando noi saremo lontani.” Allora ridevo, non sapevo che avrebbe avuto ragione. Ricordo i pomeriggi a casa sua, quando cucinavamo insieme; o meglio: io cercavo di aiutarla, e finivo per combinare disastri. Lei rideva di gusto, mi puliva la guancia sporca di farina e poi mi baciava, dicendo: “Sei il mio disastro preferito.” Poi un lampo, un attimo, un’auto che sbanda. Il rumore di freni, vetri infranti, l’odore acre dell’aria che cambia, che puzza di paura e metallo. E il silenzio. Quel silenzio assordante che ti scava dentro. Mi sono svegliato in ospedale, dolore ovunque, il corpo rotto ma vivo. L’ho cercata con gli occhi, con il cuore, con l’anima. Ma lei non c’era, non c’era più. Il medico me lo ha detto senza guardarmi negli occhi. “Non ce l’ha fatta.” Quattro parole. Bastano quattro parole a distruggere una vita. Da quel giorno, qualcosa in me si è spento. La luce con cui guardavo il mondo si è spenta insieme a lei. Ma non l’amore. Quello, no. Quello è rimasto, trasformato. Non è più fatto di mani intrecciate o baci rubati. È fatto di vuoti, di mancanze, di respiri trattenuti. Di vento. “Il tuo amore è come il vento: non lo vedo, ma lo sento.” Lo sento quando chiudo gli occhi e il mondo si fa muto. Lo sento quando guardo le stelle, quelle che lei adorava contare, inventandosi nomi e storie. Lo sento quando il mio cuore batte all’improvviso più forte, senza motivo. Come se lei fosse lì, invisibile ma presente. Un soffio. Una carezza. Ci sono giorni in cui la mancanza fa male da togliere il fiato. Sento la sua voce in una canzone, il suo profumo in mezzo alla folla, e per un istante mi illudo. Mi volto, la cerco. Ma è solo il vento. Eppure, io non voglio dimenticare. Non voglio guarire da lei. Perché dimenticare significherebbe uccidere una seconda volta ciò che abbiamo vissuto. Io voglio sentire il dolore, perché dentro quel dolore c’è ancora amore. Quello vero, quello che sopravvive alla morte. Quello che resta, anche quando tutto il resto se ne va. A volte sogno che mi parla. Mi dice di andare avanti, di vivere anche per lei. Ma come si fa a vivere con metà cuore? Come si fa a respirare quando ti manca l’aria, che era il tuo tutto? E poi, mentre cammino, un soffio improvviso mi scompiglia i capelli. È vento, ma io so che è lei. È la sua presenza sottile, quella che solo io riesco a sentire. L’amore non è sempre fatto di presenze. A volte è fatto di assenze piene, di ricordi che fanno male, ma che ci tengono in vita. Lei è il mio vento. Invisibile, impalpabile. Ma reale. Più reale di tutto il resto. E finché sentirò quel vento accarezzarmi il volto nei giorni di tempesta o di sole, saprò che lei è lì, con me. E che il nostro amore, anche se cambiato, non finirà mai.
Lettera finale a lei
Amore mio, scriverti adesso è come parlare al vento. Ma forse è proprio per questo che lo faccio. Perché tu sei il vento. Sei ovunque, eppure non riesco a toccarti. Non passa un giorno in cui non mi manchi. Ma non è solo il tuo volto, il suono della tua voce o il calore della tua mano. Mi manca tutto ciò che eravamo insieme. Quella vita che avevamo disegnato a matita, sperando un giorno di colorarla. Ti ricordi quando mi dicevi che l’amore è la cosa più forte che abbiamo? Che nemmeno il tempo può cancellarlo? Ora lo capisco. Perché io ti amo ancora. E ti amerò sempre. Volevo solo dirti grazie. Per ogni sorriso, ogni abbraccio, ogni battito condiviso. E scusami, se ogni tanto piango ancora. Ma anche questo, lo sai, è amore. Ovunque tu sia, aspettami. Quando sarà il momento, ti raggiungerò. E finalmente, correrò incontro al vento. E sarà il tuo abbraccio. Per sempre, il tuo disastro…
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In silenzio ho imparato ad amarti.
In silenzio ho imparato ad amarti.
Era inverno. E io sono fiorita.
Era inverno. E io sono fiorita.
Quello che resta.
Quello che resta.
di Alice C.
Melissa aveva smesso di aspettarsi grandi rivoluzioni. Aveva capito da tempo che le svolte arrivano in silenzio, quando meno te lo aspetti. Come quella sera d'inverno, in cui Marco rientrò in casa con il solito sguardo distratto, una sciarpa storta, il telefono ancora in mano. Lo guardò appoggiarsi al divano, togliersi le scarpe con un gesto meccanico, chiederle cosa ci fosse per cena senza nemmeno incrociarle gli occhi. E in quel momento, senza urla e senza un motivo eclatante Melissa lo guardò e non sentì più niente. Solo un vuoto quieto. Una stanchezza senza nome. Ma soprattutto, una chiarezza nuova. Fu lì che capì che qualcosa in lei si era spezzato. Non rumorosamente. Non con rabbia. Ma con la stessa delicatezza con cui si rompono le cose più importanti: in silenzio. Marco era stato tutto per lei. Il suo pensiero fisso, la sua attesa, il suo errore preferito. Lei tornava sempre, ma tornava come si torna in un luogo che si dà per scontato. Perché lui era convinto che sarebbe rimasta lì ad aspettarlo. E lei era rimasta ma un po' troppo. Aveva perdonato silenzi, sbagli, assenze chiamate "stress" e tradimenti nascosti sotto sorrisi finti e scuse smielate. Aveva smesso di chiedere, smesso di reagire, smesso persino di dipingere. Fino a quella sera, quando di punto in bianco lei decise di parlare. “Dobbiamo parlare,” disse lei, seduta con la schiena dritta, lo sguardo calmo. Marco alzò gli occhi, infastidito più dal tono che dalle parole. “Parlare? Adesso? Che succede stavolta?” “Succede che non ce la faccio più, che non provo più nulla, che mi sono persa.” Lui rise nervosamente. “Un’altra crisi d’identità?, ne hai avute parecchie quest’anno , sei solo stanca. Vuoi che facciamo un viaggio?”. “No,” rispose. “Non voglio viaggiare con te. Voglio ricominciare da me.” Quando Marco capì che lei stava facendo sul serio, cambiò tono. “Melissa, ti prego. Non buttare via cinque anni di relazione, dimmi cosa devo fare, cambierò, lo giuro.” Lei lo guardò per davvero, forse per l’ultima volta. Lo guardò come si guardano le cose più belle ma irraggiungibili cioè… con dolore, ma senza più dubbio. “Non devi cambiare per me, dovevi farlo quando ancora ci credevo in un noi. Ora… ora è tardi, è tardi perché ho capito che valgo qualcosa e che in questi anni ho aspettato solo qualcuno che non mi è mai appartenuto perché io amavo per due.” Fece la valigia in silenzio, mentre lui la seguiva in ogni stanza, senza toccarla e senza capirla. Sul tavolo Melissa lasciò un biglietto: “Mi sono dimenticata di me per starti accanto, ora voglio ricordarmi chi sono.” Uscì di notte mentre faceva freddo e l'aria profumava d'inverno. Non tremava per il gelo. Tremava per la libertà. E mentre camminava verso il taxi, un pensiero le attraversò la mente come un sussurro: “È inverno. E io sono fiorita”. Non perché il gelo fosse finito, ma perché aveva smesso di combatterlo. Aveva scelto di germogliare proprio lì, nella stagione in cui nessuno si aspetta che qualcosa nasca. Aveva scelto se stessa. Ogni pennellata era un atto di cura, ogni colore che prendeva vita sulla tela era un passo più vicino a se stessa, alla donna che aveva smesso di cercare in altri ciò che poteva finalmente trovare dentro di sé. Il mare l’accolse mesi dopo, in una città dove non la conosceva nessuno. Un piccolo studio, il profumo di salsedine, le mani sporche di colore, il cuore ancora fragile ma vivo. Melissa tornò a dipingere. Non per dimenticare, ma per ricordarsi chi era. Le sue tele raccontavano silenzi sotto la pioggia, dove si imparava a non sfuggire al gelo, ma a farne parte. E fu in un pomeriggio qualunque che lo incontrò. Andrea, entrò nella galleria senza far rumore. Si fermò davanti a un quadro e disse: “C’è qualcosa in lei che aspetta, ma non aspetta qualcuno, aspetta se stessa.” Melissa lo guardò. Non fu un colpo di fulmine. Fu qualcosa di più raro. Fu pace. Andrea non era spettacolare. Era presente. Non aveva bisogno di spiegarsi troppo. Non prometteva mari e monti. Le portava il caffè caldo e il silenzio giusto. La guardava come si guarda qualcosa di sacro e quando lei parlava del passato, non cercava di rimediare, ma di capire. Le lasciava il tempo. Le dava lo spazio necessario per guarire. E ogni tanto, le leggeva poesie che non sapeva nemmeno di amare. Un giorno, mentre lei dipingeva, Andrea le sussurrò: "Non c'è fretta, non c'è niente da sistemare. Sei già perfetta così." Fu lì che Melissa capì di non avere più paura. Non del dolore. Non dell’amore. Non di se stessa. Ora, il gelo non la spaventava più. Era solo un passaggio, una stagione che sapeva di fine e di inizio, di sradicamento e di radici che si stavano piantando. Ed era lì, nel freddo dell'inverno, che Melissa sbocciava, finalmente libera di fiorire. Oggi, quando guarda l’orizzonte, Melissa non pensa più a Marco. Non si chiede più perché non l’abbia mai scelta ma solo usata. Perché oggi, finalmente, ha scelto se stessa. E Andrea? Andrea è lì. A volte silenzioso, a volte pieno di parole semplici. Non è la sua salvezza. È il suo compagno. Quello che non ha mai cercato di riempirla di promesse o regali ma colui che l’ha vista a pezzi anche quando lei credeva che andava tutto bene. Perché ci sono cose che il tempo non cancella. Come il coraggio di lasciarsi andare e la forza di ricominciare ma anche la dolcezza di un amore che non pretende nulla, ma accoglie tutto. Aveva amato, aveva perso, si era ritrovata. E ora, mentre il vento del mare le spettina i capelli e l’odore di salsedine le riempie i polmoni, sapeva dire una cosa con certezza: Era inverno. E io sono fiorita.
Ed era la verità più potente che avesse mai pronunciato.
"Non tutte le storie d’amore finiscono bene. Ma alcune iniziano davvero quando impari a non lasciarti indietro."
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di Alice C.
Tra i corridoi silenziosi della Lisgar Collegiate Institute, uno dei licei storici nel cuore di Ottawa, l’amore tra Emma e Liam nacque in punta di piedi, come la prima neve che cade a novembre: lieve, inaspettata, ma destinata a lasciare il segno. I pomeriggi si accorciavano, e il cielo grigio sembrava unirsi al rumore ovattato delle voci nei corridoi. Condividevano un banco nell’aula di francese, e pian piano, senza rendersene conto, iniziarono a condividere anche i pensieri. Avevano diciassette anni. A quell’età, le emozioni sono grandi quanto il mondo, e tutto sembra eterno. Ottawa era la loro tela: il Rideau Canal ghiacciato d’inverno, le caffetterie di Elgin Street, le passeggiate nei parchi silenziosi del centro. Si innamorarono lentamente, ma profondamente, un amore puro, acerbo, ma autentico. La fine dell’anno scolastico arrivò troppo presto. Emma vinse una borsa di studio per studiare psicologia all’università di Toronto. Liam fu ammesso alla University of British Columbia, a migliaia di chilometri di distanza da lei. Si promisero di restare in contatto, ma le promesse, a volte, si sciolgono come neve al sole. Gli anni passarono. Le email si fecero più rare, poi si persero del tutto. Le vite si riempirono di altri nomi, altri impegni, altre priorità. Emma sposò un architetto con cui lavorava in uno studio a Gatineau; Liam conobbe Julia, una biologa marina, durante un viaggio in Alaska. Avevano entrambi figli, case, fotografie incorniciate sui mobili del salotto che parlavano di ricordi, e un passato che giaceva sotto la polvere del tempo. Fino al giorno in cui tutto cambiò, o quasi. Era una domenica di settembre, una di quelle giornate ancora tiepide in cui l’autunno accarezza l’estate prima di portarla via del tutto. Emma era seduta su una panchina nel parco vicino a casa, a Westboro, con un bicchiere di caffè in mano e il cellulare appoggiato accanto. Suo figlio, Noah, le aveva appena scritto: “Mamma, stasera ti presento la ragazza di cui ti parlavo.” Noah, ventiduenne, era un giovane riservato ma dal cuore gentile, appassionato di fotografia e con una vena di romanticismo nascosta dietro il suo carattere pacato. Emma sentì un nodo allo stomaco: qualcosa di importante stava per accadere. Alle sette in punto, la porta di casa si aprì, Noah entrò, seguito da una giovane donna sorridente, dai lunghi capelli castani e gli occhi chiari. “Ciao, sono Grace,” disse la ragazza, tendendo la mano a Emma con educata gentilezza. Emma si alzò, le sorrise e strinse la mano, notando qualcosa di familiare in quello sguardo. “È un piacere, Grace.” Parlarono per una ventina di minuti, finché Emma, con naturalezza, domandò: “E i tuoi genitori? Vivono anche loro a Ottawa?” Grace annuì. “Sì, mio padre lavora per il Ministero dell’Ambiente. Si chiama Liam Carter, mentre mia mamma fa la biologa marina, quindi è spesso fuori casa.” Emma impallidì appena, ma fu solo un istante. Quel nome esplose nel suo petto come una vecchia fotografia che prende fuoco: lenta, inesorabile, piena di passato. Liam. Il suo Liam. Quel Liam. Deglutì, cercando di non lasciare trasparire nulla. “Liam Carter?” chiese, cercando di sembrare casuale. “Sì,” rispose Grace, ignara. “Ha vissuto per anni a Vancouver, poi ci siamo trasferiti a Ottawa quando avevo dieci anni.” Emma annuì lentamente, mentre la realtà si srotolava come un vecchio film nella sua mente. Quando Noah e Grace uscirono per una passeggiata, Emma rimase seduta da sola sul divano, guardando fuori dalla finestra. Una parte di lei non se n’era mai andata da lì, da quei banchi di scuola, seduta accanto a Liam, a leggere Rimbaud sottovoce. Flashback Ottawa, inverno 1999. Emma e Liam, seduti sulla scalinata del Parliament Hill, le dita che si sfiorano nei guanti, i fiocchi di neve che si posano sulle ciglia. “E se un giorno ci ritrovassimo?” chiese lei, con voce leggera. Lui sorrise appena. “Ci riconosceremmo subito,” rispose. Nei giorni successivi, la curiosità vinse sul timore. Emma cercò Liam su LinkedIn. Trovò una foto recente: lo stesso sorriso, più maturo, gli occhi erano quelli che ricordava. Dopo qualche giorno di esitazione, accettò l’invito di Grace e Noah per un pranzo in famiglia, questa volta con i genitori di entrambi. Grace e Noah, giovani curiosi e innamorati, parlavano animatamente di progetti e sogni futuri, ignari del peso del passato che stava per riemergere tra i loro genitori. Quando Liam entrò dalla porta, con un mazzo di fiori in mano e uno sguardo incerto, il tempo si fermò. Anche Liam la riconobbe subito. Per un momento si guardarono come se nessun altro fosse nella stanza. C’era stupore. C’era gioia. Ma c’era anche un dolore sordo, silenzioso, quello delle cose che potevano essere e non furono. Dopo un silenzio lungo, carico di tensione, Liam prese un respiro profondo e disse: “Non pensavo che ti avrei rivista così… in questo modo.” Emma lo guardò con gli occhi pieni di domande non dette. “E io non pensavo che saresti tornato nella mia vita senza preavviso, Liam.” Liam fece un passo avanti, le mani leggermente tremanti. “Forse abbiamo evitato di affrontare troppo a lungo quello che sentivamo davvero. O forse non avevamo il coraggio.” Emma sentì un groppo alla gola, il cuore accelerò. “Forse,” ammise, “ma il tempo non aspetta nessuno.” I due rimasero in silenzio, pesando ogni parola mai detta in venticinque anni. “Ci siamo persi,” disse Liam con voce rotta. “E non so se riusciamo a ritrovarci.” Lei chiuse gli occhi, sentendo la nostalgia invaderla come una marea. “Quello che resta,” sussurrò, “è un filo sottile che ci lega, anche se la vita ci ha portati lontano.” Tre settimane dopo. Si ritrovarono in un piccolo caffè su Bank Street. Solo loro due. Niente famiglie, niente figli, niente filtri. “Non riesco a non pensarci,” disse Liam, fissando la schiuma del suo cappuccino. “Nemmeno io,” rispose lei, mentre il suo sguardo tradiva un turbine di emozioni, un misto di speranza e rassegnazione. “Abbiamo fatto le scelte giuste?” chiese Liam, la voce era un sussurro carico di dubbio. Emma chiuse gli occhi per un istante, respirando profondamente. “Abbiamo fatto le scelte che potevamo fare, allora. Ma forse ora dobbiamo imparare a vivere con quello che ci resta.” “E ti basta?” chiese lui, quasi temendo la risposta. Lei sorrise appena, quel sorriso che portava tutte le cicatrici e le dolcezze di un amore sopravvissuto al tempo. “No, ma ognuno ha la sua famiglia. Tu hai tua moglie, io mio marito. Entrambi abbiamo dei figli che, caso vuole, si amano.” Quelle ultime due parole pronunciate fecero male come una fucilata. Noah e Grace erano due anime giovani ma già forti, legati da una complicità naturale, cresciuta nel rispetto, nella fiducia e nella delicatezza. Si cercavano con gli occhi, si parlavano con i silenzi, si capivano nel profondo. Non erano solo innamorati: erano promessi a stare insieme, si erano fatti entrambi delle promesse. Promesse che i loro genitori non avevano avuto il tempo o il coraggio di pronunciare. Forse i figli vivono ciò che ai genitori è stato negato. Forse l’amore, a volte, trova strade diverse per fiorire. Restarono seduti ancora qualche minuto. Il silenzio parlava per loro, raccontava di ciò che non poteva essere cambiato e di ciò che, invece, ancora resisteva. Si salutarono senza promesse. Nessun bacio rubato. Nessun addio drammatico. Solo uno sguardo, uno di quelli che si danno una sola volta nella vita, e che basta per tutte le altre. Uscirono nel fresco della sera, ognuno in direzione opposta. Emma si voltò solo una volta, giusto in tempo per vederlo fare lo stesso e per un istante, solo un istante, il passato e il presente si toccarono. Epilogo: la scatola Quella sera, rientrata a casa, Emma salì in soffitta. Aprì una vecchia scatola in fondo a un cassetto. Dentro c’erano lettere, una foto sbiadita, una foglia secca, un foglio strappato con una poesia in francese. Lo sfiorò con le dita. Sorrise, non per nostalgia ma per gratitudine, poi prese il foglio e lo lasciò sulla scrivania di Noah. “Un giorno capirai perché certe parole restano,” sussurrò. Poi uscì sul balcone, mentre il vento d’autunno le accarezzava il viso. Forse la vita non restituisce tutto, ma non cancella ciò che è stato vero. Perché a volte, anche quando tutto cambia, quello che resta non è solo un ricordo: è una radice silenziosa, che continua a vivere sotto la superficie delle nostre vite. Forse l’amore non finisce. Forse cambia forma, si nasconde tra le cose semplici: una tazza di caffè, una fotografia dimenticata, lo sguardo di un figlio innamorato. E quando meno te lo aspetti, riappare. Non per chiedere altro. Solo per ricordarti chi sei stato. E che, in fondo, quello che resta… era già tutto.
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di Alice C.
<<Un silenzio che, in una città come Londra, dove tutto parla, si muove, si affretta, sembrava impossibile da trovare. Eppure, l’ho trovata, in mezzo al rumore e in mezzo a te.>>
Londra, la città che non smette mai di parlare, eppure Clara Walker camminava tra le sue strade come se fosse immersa in un vuoto insondabile. Il suo cuore si era spento molto tempo prima, quando Paul, l’uomo che amava, l’aveva tradita. Da allora, la Walker Technologies era diventata la sua unica famiglia. Il lavoro, le scadenze, le riunioni... tutto serviva a costruire una fortezza contro il dolore. Ma ogni giorno quella fortezza sembrava cedere un po’. Clara era brillante, insostituibile nel suo campo, ma ogni volta che si guardava allo specchio, quel volto sicuro e complicato le sembrava estraneo. Un mattino, mentre stava per entrare in sala riunioni, incrociò il suo riflesso nella vetrata e provò a sorridere. Il gesto fu meccanico, rigido. «Clara, sei pronta?» chiese un collega. «Sempre,» rispose. Nessuno notò la crepa negli occhi. La sua solitudine era un abisso, un silenzio che cresceva dentro. Neanche Paul, prima della rottura, aveva mai davvero visto chi era. Il suo lato fragile era rimasto nascosto, ignorato persino da lei stessa. E poi, arrivò Ethan. Era il suo avvocato, eppure sembrava distante da quel mondo fatto di strategie, formalità e apparenze. Non cercava di conquistarla, né di impressionarla, la sua presenza era silenziosa ma intensa. Il suo sguardo, la prima volta che lo incontrò, la colpì profondamente: non per bellezza o eleganza, ma per la calma che emanava. Una calma che disarmava. “Sei pronta per il nostro incontro?” le chiese un giorno. La sua voce era bassa e sicura. Clara non rispose subito. In quel momento, sentì affiorare dentro un silenzio diverso. Uno che non fuggiva, non la respingeva. Era… altro. Più intimo. Più sincero. Il loro rapporto crebbe tra sguardi fugaci e sorrisi velati, tra parole dette con cautela durante le riunioni. Nessuno dei due osava oltrepassare quella soglia invisibile. Clara aveva paura. Ethan, invece, sembrava comprenderla senza forzare nulla. Un giorno, dopo ore di trattative, Clara si ritrovò nel parco di St. James’s. Era primavera, tutto stava fiorendo ma nel suo cuore era ancora inverno. Seduta su una panchina, osservava i fiori sbocciare e sentiva il rumore del silenzio dentro di sé. Quando si voltò, Ethan era lì. Non disse nulla, lei lo guardò, esitante, poi si alzò e fece un passo. Gli fece cenno di seguirla. “Ti sembra di sentire la primavera?” chiese lui, guardando il cielo incerto sopra i ciliegi. Clara abbassò lo sguardo. “No. È come se fosse ancora troppo lontana da me.” “Perché?” domandò lui, senza fretta. Clara abbassò le difese per la prima volta. “Perché ho paura, Ethan. Paura che se mi avvicino troppo, perderò di nuovo tutto.” Ethan non rispose subito. La guardò con attenzione, come se volesse scegliere con cura ogni parola. “Non è la stessa cosa. Noi non siamo la stessa cosa. Siamo diversi. Possiamo imparare a camminare insieme, se vuoi. La paura non è debolezza. È consapevolezza.” Lei respirò a fondo, combattuta tra l’istinto di fuggire e il desiderio di credere. Poi, lo guardò. “Ogni giorno combatto con me stessa. Ma tu… mi fai pensare che esista ancora una porta aperta, da qualche parte.” Ethan era pronto. Sapeva sempre cosa dire. E in cuor suo, anche lui sentiva qualcosa crescere. Non era solo attrazione, era rispetto, affetto e un bisogno di esserci. “Non devi avere fretta,” disse con dolcezza. “Ci sono momenti che solo il silenzio sa spiegare. Io ti aspetto. Sempre.” Quella sera, qualcosa cambiò. Non era più solo una fuga dal dolore. Era un passo verso qualcosa di nuovo. Nei giorni seguenti, si ritrovarono più spesso, a volte bastava un caffè condiviso, altre volte uno sguardo scambiato in mezzo a un corridoio affollato. Ma ogni volta, quel legame cresceva. Una sera di maggio, Clara entrò nella sua caffetteria segreta, nascosta dietro una vecchia libreria a Notting Hill. L’odore dei libri antichi, la pioggia sui vetri, il suono ovattato del mondo che restava fuori. Lì si sentiva finalmente a casa. Ethan arrivò pochi minuti dopo, come se avesse sempre saputo dove trovarla. Non ci fu bisogno di frasi inutili. “Cosa stai leggendo?” chiese lui, con voce calda. Clara sorrise. “Un libro che ho sempre voluto leggere. Forse mi insegnerà qualcosa che non so ancora.” Ethan si sedette accanto a lei, la sua presenza la riempì di pace. Per la prima volta, Clara non aveva bisogno di difendersi. Camminarono poi insieme, tra le vie bagnate dalla pioggia e le luci fioche che tremavano sui marciapiedi. Non si dissero nulla, non serviva. Ma in quel silenzio, qualcosa si rivelò. Ethan la guardò. I suoi occhi dicevano più di qualunque frase. Le sollevò delicatamente il mento. Il respiro si fece lento e condiviso. E poi, la baciò. Fu una lieve promessa d’inizio. Il rumore della pioggia accompagnava quel momento come una colonna sonora. E per la prima volta, Clara non aveva più paura. Quando si staccarono, lei sorrise. Si sentiva viva; Finalmente. “Non posso più nasconderlo, Clara,” sussurrò lui, “ti amo.” Le sue parole non la spaventarono. Anzi, risuonarono come una verità che aspettava solo di essere detta. “Anche io ti amo, Ethan.” E lì, tra le luci e l’odore di pioggia, Clara capì che il silenzio che l’aveva isolata per tanto tempo era diventato il linguaggio del loro amore. Non era più il vuoto. Era spazio. Spazio per respirare, per essere, per ricominciare. Ethan le strinse la mano con quella delicatezza che non chiedeva nulla, ma offriva tutto. Clara lo guardò, e in quello sguardo c’era una promessa muta: non di perfezione, ma di verità. E mentre camminavano insieme sotto la pioggia leggera, tra le luci tremolanti di Notting Hill, Clara sentì che ogni passo era un frammento di libertà riconquistata. Per la prima volta, non c’erano più ombre a tenerla ferma. Il passato non era sparito ma non faceva più paura. Un pomeriggio, tornata a casa dopo una riunione particolarmente faticosa, Clara aprì un cassetto della scrivania e trovò la vecchia busta ingiallita, era la lettera mai spedita a Paul, scritta nel dolore e nella confusione di quei mesi neri. Le mani tremavano mentre la apriva, i ricordi si affollavano con una morsa al cuore. Leggerla fu come guardarsi dentro con occhi nuovi, vedere la fragilità che aveva sempre cercato di nascondere. <<Paul, non so se mai leggerai queste parole. Forse non le meriti, o forse sono io che non riesco a chiudere questo capitolo. Ti ho amato con tutte le mie forze, aspettandoti quando avrei dovuto voltarmi. Ma quando hai spezzato ciò che avevamo, ho costruito un castello di silenzio per proteggermi. Questo silenzio non è vuoto, è la mia scelta di guarire. Non ti odio, non ti amo più. Forse questa è la mia più grande libertà. Clara…>> Poi, con un sospiro profondo, stracciò quel foglio. Non era più prigioniera di quel passato. Scena bonus Era una domenica mattina, Londra dormiva sotto una luce lattiginosa. Clara si svegliò nel suo appartamento, con un cuscino vuoto accanto e il profumo del caffè nell’aria. Non si stupì di trovarlo lì, in cucina. Ethan le porse una tazza, senza dire nulla. Nessuna fretta. Nessuna domanda. Si sedettero al tavolo, scalzi, con il sole che filtrava dalla finestra. Clara osservò il vapore salire dalla tazza, le mani di Ethan sfiorare dei fogli, e il suono lontano di una città che lentamente si risvegliava. In quel silenzio, trovò tutto ciò che aveva temuto di non meritare mai: la pace. Ethan la guardò, poi le allungò un foglio. Una piccola poesia scritta a mano: “A volte, per amare qualcuno, non serve capire tutto di lui. Basta essere lì, nel momento giusto, e non andarsene.” Clara sorrise. Poi si alzò, lo baciò sulla fronte e rimase lì, accanto a lui, con la sensazione che tutto ciò che importava fosse già accaduto. Non servivano grandi gesti. Quel giorno senza parole era l’inizio di qualcosa che nessuno dei due avrebbe più chiamato solitudine.
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Solo Tu ed Io
Solo Tu ed Io
Ti aspetterò
Ti aspetterò
Un incontro inaspettato
Un incontro inaspettato
di Alice C.
Era maggio il mese delle fioriture, Camilla una ragazza che proveniva da una famiglia molto nobile si era trasferita in Georgia per lavoro. Lei era una giornalista di moda rinomata in tutto il mondo e non era la solita ragazza ricca, viziata e a tratti presuntuosa ma tutto il contrario; o meglio, ricca sì presuntuosa per nulla. Quando arrivò in Georgia Camilla si innamorò subito dei suoi cittadini, della loro disponibilità e della loro simpatia e non fece fatica ad ambientarsi. Il lavoro era entusiasmante e i colleghi sinceramente disponibili tanto che non solo la vita in Georgia ma la vita in ufficio sembravano rendere tutto sereno e trasformare in piacevoli anche le giornate più faticose. Il primo mese trascorse così velocemente. Un giorno Camilla incontrò Francesco, anche lui proveniente dall’Italia e presto diventarono amici. Francesco era un tipo intraprendente e Camilla, una splendida ragazza dall’intelligenza brillante e dal fisico innegabilmente perfetto. Si poteva quindi pensare che Francesco non avrebbe perso l’occasione di invitarla a cena prima o poi. Così una sera dal cielo stellato e dalla luna piena Francesco invitò Camilla a vedere la sua casa e lei, un po’ insospettita ma anche incuriosita, decise di accettare. Alle 21.30 quando Francesco aprì la porta del suo appartamento Camilla rimase davvero stupita: champagne, ostriche e fragole la stavano aspettando posati su un tavolo elegantemente apparecchiato con luminosi bicchieri di cristallo, piatti bianchi e dorati, posate d’argento e una meravigliosa tovaglia rosa che scendeva a terra con sinuosi drappeggi. Rimase stupita, quasi sospese il respiro per un attimo pensando che la curiosità che l’aveva accompagnata fino a condurla in quell’appartamento era stata soddisfatta nel modo più romantico possibile. Ora rimanevano solo i sospetti sulle intenzioni di Francesco: perché tutta quella importante accoglienza?. Camilla ancora sulla porta, incantata da ciò che vedeva davanti ai sui occhi, decise finalmente di entrare dando vita alla serata misteriosa ed intrigante che era solo all’inizio. Degustazione, sorrisi e una bella, lunga chiacchierata sul divano fecero pensare a Camilla che tutto fosse finito e che fosse arrivato il momento di ritornare a casa quando iniziò a capire che Francesco non la pensava allo stesso modo. Ormai quasi vicina alla porta, Camilla si sentì fermare dolcemente. Francesco la invitò a fare una giravolta trattenendola delicatamente per un braccio e tutto d'un tratto le loro labbra si accarezzarono. Camilla trascorse la notte da lui. La mattina si svegliò e stupita non lo vide. Si preoccupò ma solo per poco. Francesco si presentò dopo circa mezz'ora con un mazzo di rose bianche e rosse da lasciare Camilla senza respiro una seconda volta dopo il suo arrivo, la sera precedente, in quell’appartamento.
Era stata una meravigliosa notte per entrambi ….
Dopo circa sei settimane annunciarono il loro fidanzamento, dopo sei mesi officiarono il loro matrimonio e, ad un anno dalle nozze nacque Betty la loro prima figlia.
Una storia a lieto fine che certo Camilla e Francesco, prima perfetti sconosciuti, non avrebbero mai potuto immaginare quando decisero di lasciare l’Italia per trasferirsi in Georgia per lavoro.
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di Alice C.
Ciao!
Sono Alice e oggi vi voglio raccontare una storia che è successa a una mia amica. Era il 12 luglio 2019 quando Sabrina, una ragazza di 15 anni, bionda, alta ed elegante, stava per prendere un aereo che la portasse a Londra per una vacanza-studio in famiglia con altre due ragazze di cui ancora nulla sapeva. Il viaggio non fu lungo e l’arrivo nella casa ospitante si rivelò subito piacevole. Una villetta tipica inglese a due piani, un bel giardino curato, un cane festoso, due bambini e i genitori ad accoglierla sorridenti e gentili. Il giorno seguente arrivarono anche le altre ragazze con cui Sabrina avrebbe condiviso la grande camera a loro assegnata. Le ragazze, Maya, di origini brasiliane e Michelle, di origini francesi, erano molto simpatiche. Stanche per il viaggio decisero di riposare mentre Sabrina di avventurarsi alla scoperta del quartiere. I locali tipici inglesi erano proprio invitanti e Sabrina decise di prendersi un caffè. Subito venne attratta da un ragazzo, seduto solo ad un tavolino con il capo chinato e l’aria triste. Non solo il ragazzo dall’aspetto malinconico ma la posizione del tavolino vicino ad una grande finestra che dava sulla splendida via principale del quartiere convinsero Sabrina ad andare proprio in quella direzione. “Posso sedermi qui?” chiese in inglese al ragazzo avvicinandosi al tavolo. “Certo, accomodati pure” rispose lui, in italiano, con tono garbato. Sorpresi nell’aver capito di provenire dallo stesso Paese iniziarono a parlare come se si conoscessero da sempre. Alla fine della chiacchierata Sabrina chiese al ragazzo se poteva sapere il suo nome e lui le disse: “Certo, mi chiamo George, piacere!”. George aveva 15 anni come lei, era italiano con capelli mori, occhi verdi smeraldo e sguardo attento. Si salutarono come grandi amici sperando, in cuor loro, di rivedersi presto. La mattina seguente Sabrina, Maya e Michelle iniziarono a frequentare il loro corso d’inglese quando all’improvviso la professoressa interruppe la lezione annunciando: “Listen to me, I have a good news for you: a new guy is coming. George is his name”. E dopo pochi minuti: “Here he is!”. George? Yes! Si trattava proprio del ragazzo della lunga chiacchierata al caffè. Sabrina era molto felice di vederlo, ma allo stesso tempo un po’ confusa e, quando la professoressa disse a George se andava bene sedersi vicino a Sabrina perché tutti gli altri banchi erano occupati, le venne un tuffo al cuore. Lui, sorridendo, rispose che sarebbe andato benissimo. La lezione riprese regolare e al termine della mattinata, all’uscita da scuola i due giovani si salutarono dandosi appuntamento “al loro caffè” per fare i compiti insieme. Il corso di studi trascorse quindi con la solita piacevole routine per settimane: scuola, caffè, compiti con George e piacevoli momenti tutti insieme con i compagni di scuola e di viaggio, con gli insegnanti, le famiglie ospitanti e soprattutto con Maya e Michelle sempre in attesa dei racconti dei compiti al caffè. Ma come sempre accade, anche le vacanze finiscono e il 20 di agosto del 2019 all’imbarco del volo di rientro, Sabrina e George si dovettero salutare. Sabrina sull’aereo si sentiva più sola che mai più di quando era partita, perché ora il suo cuore era colmo di nostalgia e tristezza. Stranamente però sentiva che quella non sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto George anzi che quella sarebbe stata una delle prime e tante volte in cui lo avrebbe rivisto. Sabrina non stava sbagliando; trascorsi circa quattro mesi dal ritorno da Londra scoprì che George era diventato il suo vicino di casa quanto era rimasto il suo migliore amico e il suo compagno di viaggi e di avventure. E chissà, forse un giorno, sarebbero diventati marito e moglie perché il legame era davvero speciale. É certo che la lunga vacanza di studio a Londra resterà per sempre nei loro cuori.
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di Alice C.
Era una giornata di sole e stavo facendo una corsa. Sono Michela una ragazza di vent'anni di aspetto nobile e furbo con capelli biondo chiaro e occhi color ambra e sono laureata in giurisprudenza. Dopo essere uscita dal mio ufficio più stressata che mai decisi di andare a casa a cambiarmi per poi uscire a fare una corsa al parco. Erano le ore sedici e trenta di un giovedì pomeriggio e stavo correndo ascoltando musica classica; ad un certo punto vidi passare davanti a me un ragazzo dall’aria famigliare. Lui mi calpesta il piede scusandosi, i nostri sguardi si incrociano e capisco che si tratta di Mike, una vecchia conoscenza. Mike ha vent’anni come me è di aspetto gentile, ha capelli biondi e occhi azzurri, carattere esuberante ed è laureato in lingue. Non ci vedevamo dalla terza media, perché i nostri percorsi di studio avevano preso strade completamente differenti. D'impatto gli chiesi cosa stesse facendo nel parco vicino a casa mia e lui mi rispose che si era trasferito in zona per lavoro. Pensai che fosse fantastico!. Dopo esserci scambiati i numeri di telefono e salutati tornammo tutti e due nei nostri appartamenti. Qualche giorno dopo ricevetti una mail misteriosa e inaspettata con l’invito ad un ricevimento per sponsorizzare un brand di moda. Con grande emozione decisi di accettare e iniziai subito a pensare ai preparativi: come vestirmi, quale acconciatura e quali accessori per una serata in cui essere elegante sentendomi a mio agio. Al ricevimento c’erano molte persone e, sorpresa, vidi Mike!. Una nostra amica in comune nonché collega di lavoro di Mike mi svelò che era stato invitato proprio dall’organizzatore del ricevimento. Lui mi venne incontro e trascorremmo la serata insieme raccontandoci cosa avevamo passato in tutti gli anni in cui non ci eravamo visti. Mike mi raccontò di aver vissuto un lungo periodo di lavoro in Australia ma che non era stata un’esperienza piacevole perché il clima tra i colleghi si era rivelato troppo competitivo. Io gli dissi che non avevo mai lasciato la mia casa per un trasferimento di lavoro ma che sarei stata disposta a partire più volte perché anche nel mio ufficio c’erano stati momenti difficili. Parlammo piacevolmente per tutta la sera e il tempo trascorse così velocemente da non accorgersi che era ormai l’una e mezza e cheteremmo dovuto passare ai saluti. Avevo notato per tutta la serata che a Mike brillavano gli occhi mentre mi parlava, cosa che non mi stupiva perché io guardandolo sentivo una certa calda emozione dentro di me. Mi chiedo ancora come dopo tanto tempo fosse stato possibile incontrarsi di nuovo. La mattina seguente andai in ufficio come tutte le mattine ripensando alla sera precedente e immaginando una giornata comune quando inaspettatamente Mike si presentò davanti a me alle quattordici e venti circa per invitarmi a cena. Io ovviamente accettai. Lui era molto contento. Certo non potevo più pensare che sarebbe stata una giornata come tante altre. La sera mi preparai senza tralasciare nessun particolare. A cena parlammo tantissimo quella sera finché si fece tardi e io ebbi l’audacia di proporgli di prendere un taxi e andare a casa mia. Nel taxi lui mi baciò e io fui davvero contenta. Arrivati a casa chiacchierammo ancora un per un po’ e decidemmo di dormire insieme. La mattina non lo trovai nel letto però trovai sul cuscino una lettera firmata da Mike con scritto: “Grazie Michela per la splendida serata”. Andai in ufficio più felice che mai, non sapendo che non ci saremmo rivisti per ben due settimane. Nessuno dei due avrebbe trovato il coraggio di organizzare nuove occasioni di incontro per paura che l’altro non avrebbe accettato. Ma un giorno, l’otto maggio alle ore diciotto e trenta , sentii bussare alla porta di casa: era proprio lui, Mike, con un anello di brillanti in mano per chiedermi se volevo essere la sua fidanzata. Io senza esitazione accettai. Non ci lasciammo più. Dopo circa sei mesi ci trasferimmo a New York City a coronare la nostra storia d’amore con il più bel matrimonio che avrei mai potuto desiderare. E mi chiedo ancora oggi come da una banale corsa sia nato tutto questo.
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