Storie e DSA

All’inizio della mia storia professionale al Centro Symposium ho conosciuto una splendida bambina e la sua sensibile mamma preoccupate per l’incerto andamento che aveva preso il loro percorso scolastico. “Loro” perché sinceramente di entrambe poiché, come spesso accade, è difficile separare le emozioni dei figli dalle nostre. 

La storia di Simona, ormai giovane donna in carriera e della sua mamma con la quale condividiamo post di riflessione sul senso della vita e le immense difficoltà che ci chiede di affrontare ogni giorno, rimane una storia intensa e senza tempo. Vivere la fragilità delle emozioni dei bambini e costruire con loro spazi in cui raccontarsi, è sempre per me un’esperienza unica, intensa e motivante. Quando gli sguardi si incontrano significa che il percorso ha preso la strada opportuna: l’autostima inizia a conoscersi e paura e fragilità a farsi da parte. Così è stato; dagli occhi rivolti in basso fino allo sguardo alto e sorridente sono trascorsi lunghi tempi di sconforto, di allenamenti e di attese ma le conquiste sono arrivate e con loro i sorrisi e le storie più serene.

Simona ha rappresentato e rappresenta la forza di costruire e non arrendersi, quella forza che troppo spesso ho visto indebolirsi difronte all’attesa delle decisioni di un mondo adulto impegnato ad osservare, valutare, analizzare e discutere.

Era il 2006 ma la storia di Simona continua ad essere la storia di molti bambini che l’emergenza sanitaria di questi anni sta coinvolgendo in percorsi scolastici complicati e confusi e in iter clinici  congestionati e sempre più fragili.  

Di seguito la versione parziale della storia pubblicata in Educare.it con il titolo: “Ogni lettera ha una storia … ma non si può dire”. Strategie di lettura e difficoltà di apprendimento.

“Elisabetta siamo noi!”. La porta del Centro Symposium si è aperta e con grande emozione e una stretta di mano l’avventura ha avuto inizio. “Non sai quante volte mi ha chiesto come eri fatta. Te l’avevo detto che dovevi stare tranquilla e che ti sarebbe piaciuta”. Ansia del nuovo, aspettative e paure che avevano già una storia. Non deve essere facile adattarsi alla dimensione infantile che a volte non ti lascia scelte. Simona, una bimba dall’aspetto gentile con lo sguardo di chi ha già iniziato le sue riflessioni sulla vita, è entrata nello studio osservando persone e cose con grande attenzione e con la disponibilità a mettersi in gioco affidando al mondo adulto la sua forza, la sua sensibilità e le sue strategie di sopravvivenza.

I primi compiti insieme:

“No! ... devo leggere!”.

Una lettura stentata, aritmica, talvolta anticipata su memoria di un precedente ascolto del testo. Alla delicatezza, alla tranquillità e all’educazione controllata sopraggiungevano irrequietezza e disagio di fronte al compito della lettura. Eppure a scuola andava tutto bene:

“Una delle migliori della classe”, sosteneva la maestra.

“Qualcosa non mi convince”, pensava la mamma osservando la piccola quando doveva fare i compiti a casa. Cosa fare e come intervenire? Ma soprattutto: intervenire o lasciare tempo al tempo?. Una valutazione osservativa dell’andamento scolastico (quaderni e libri di testo, compiti a casa, verifiche a scuola); un atteggiamento di dialogo partecipativo con la vera depositaria della risposta; la decisione di una consulenza logopedia; l’introduzione di prove supplementari per la valutazione della letto-scrittura e … un quadro evolutivo al limite della norma: una posizione da tenere monitorata. Si era ancora nella posizione iniziale: programmare un percorso abilitativo o dare credito alle risorse evolutive? E la bimba dove sarebbe stata nel frattempo? La posizione contemplativa dello stand-by forse non è sempre la migliore: “Come vivono i bambini potenziali DSA l’attesa degli adulti che, se opportunamente non interventisti, annullano le loro decisioni operative in funzione di risposte cliniche certe”?

Forse la virtù sta davvero nel mezzo e ogni caso è un caso a sé! La decisione di non lasciare sola la piccola ad affrontare gli impegni scolastici ha così attinto risorse dai preziosi contributi dell’ascolto filosofico, dell’approccio metacognitivo e della pedagogia narrativa d’orientamento psicoanalitico dando forma ad un intervento strutturato in cui creatività e personalizzazione sono diventati protagonisti efficaci e mai approssimativi. Se è vero che i dati oggettivi delle prove diagnostiche – test standardizzati e esami clinici – sono importantissimi per delineare il quadro della situazione e comprendere aspetti qualitativi e quantitativi altrimenti irraggiungibili, credo sia altrettanto fondamentale un approccio partecipativo che non trascuri segnali minimi ma importanti e dia ascolto ai pensieri e alle emozioni dei bambini.

“Davvero ci sono dei bambini che come me non sanno legger bene?”.

“Vedo tutte le lettere sparse: non stanno su una riga”.

“Me lo leggi una volta? Se tu lo leggi per prima io poi me lo ricordo e lo so leggere meglio”.

“Oggi è stato un disastro: ho preso insufficiente a scuola nella verifica di matematica. Le operazioni con il meno: non ho capito niente”.

“No, no! La poesia a memoria, NO! Facciamo così: io salto e tu me la mimi come fa papà” … e altro ancora.

È quindi sempre opportuno aspettare per intervenire? Bassa autostima, scarsa autoefficacia, ansia, disagio con i compagni, insuccessi, tensione per mantenere buone performance scolastiche: la fragilità di un profilo così connotato richiede un continuo dispendio di energie e risorse destinate ad affaticarsi in un cammino tanto incerto quanto prevedibile. Considerando tutte le informazioni raccolte sulla piccola si è così deciso di iniziare un training abilitativo d’orientamento psicopedagogico. Abbiamo lavorato insieme con assiduità e impegno continuativi aiutate da una mamma attenta, fiduciosa e convinta dell’importanza del nostro programma. L’insegnante della bimba è stata informata sul percorso seguito affinché si potessero seguire linee di indirizzo comuni. […]

I risultati positivi conseguiti hanno motivato e sostenuto l’importanza del coinvolgimento attivo del bambino, della famiglia, della scuola e della consulenza psicopedagogica in un lavoro d’equipe che è fondamentale per offrire tranquillità emotiva, rispetto delle fatiche, riconoscimento delle conquiste e motivazioni per comprendere l’impegno.

Dalla storia di Simona …

 “La “G” non mi piace è musona! Guarda com’è musona!”.

Con eleganza e voce delicata Simona spiegò la sua difficoltà a leggere la parola gianduia sul libro di testo. Gianduia era troppo difficile: iniziava con la lettera g e, si sa, la g è sempre musona!”. (...)

“Cosa hai detto Simona? Scusami ma

non ho capito bene”.

“Oh, non lo sai?! In effetti è un segreto: ogni lettera ha una storia.

“Davvero?!”.

“Si ma non si può dire”.

“Nemmeno a scuola?”.

“No, no, lì proprio no!”.

“E’ una cosa che fai con la mamma? Mi spiego meglio: tu e la mamma raccontate la storia delle lettere?”.

“No! Non lo sa neanche lei!”.

Così è iniziata la scoperta di un mondo magico e di una strategia di lettura che permetteva alla bambina di risolvere un problema: di fronte alla visione di lettere fluttuanti in una pagina di libro e, alle indicazioni della maestra che non si riuscivano a capire bene, c’era una possibilità. C’era un codice alternativo per dare senso a un mondo troppo difficile. Bastava fermarsi un attimo, non farsi prendere dall’ansia e vedere oltre l’incomprensibile. Ma a quale prezzo? Certamente a scapito della velocità e del senso di appartenenza al gruppo classe: gli altri bambini non fanno “troppe storie per leggere”. Partendo da questa preziosa confidenza è nata la storia delle lettere ed è stato dipinto l’alfabeto di Simona in corsivo minuscolo e in stampato maiuscolo.

“Le lettere rimarranno qui al Centro Pedagogico (…) talvolta la G quando pensa alle cose belle perde il controllo del brutto e ce la fa. I bambini che non sanno leggere possono chiamare Simona pure su internet e andare all’ufficio di Elisabetta qui al Symposium e prendere le lettere”.

[…] La circolarità delle competenze reciproche ha qualificato il training abilitativo valorizzando l’efficacia di un intervento personalizzato il cui significato è da cercare proprio nell’accostamento di conoscenze e tecniche di differente natura. Se il lavoro d’equipe è ciò che riduce i limiti della singola visione, l’apporto di differenti prospettive e di più possibilità operative, ha sicuramente confermato la concreta preziosità di un percorso integrato.

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Elisabetta Galuppi


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